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Tràsea Peto, il senatore padovano che si oppose a Nerone

"El suicidio de Seneca" di Manuel Domìnguez Sanchez. Le modalità della morte del grande filosofo ricordano proprio il suicidio di Tràsea Peto.

Tràsea Peto fu un senatore originario di Padova che pagò con la vita la propria opposizione a Nerone. La sua vicenda rappresenta anche ai giorni nostri un esempio di integrità e coraggio.

Origini e inizio della carriera politica

Publio Clodio Tràsea Peto nasce in una data imprecisata del I secolo d.C.. Appartiene ad una nobile famiglia originaria di Patavium (l’antica Padova). Nulla si sa riguardo alla sua giovinezza e agli inizi della sua carriera politica. È noto che nel novembre-dicembre del 56 d.C. è console suffetto e, subito dopo, entra nel prestigioso collegio con funzioni religiose dei Quindecemviri Sacris Faciundis.

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L’opposizione a Nerone

Tra il 57 e il 63 d.C. Tràsea Peto è uno dei pochi nel Senato di Roma a mantenersi integro di fronte alle stravaganze e ai comportamenti sempre più tirannici e corrotti di Nerone, soprattutto accogliendo e rilanciando accuse nei confronti di vari amministratori disonesti protetti dall’imperatore. Ormai in rotta di collisione con l’imperatore, detestato dai cortigiani di costui e lasciato praticamente da solo dai suoi impauriti colleghi senatori, nel 63 d.C. Tràsea Peto si ritira dalla politica attiva. Nel periodo trascorso come privato cittadino si dedica, tra l’altro, alla stesura di una biografia di Catone. L’opera, oggi perduta, fu una delle fonti che lo storico greco Plutarco consultò per scrivere la propria biografia dello stesso personaggio.

Il processo e la morte di Tràsea Peto

Dopo aver sventato la cosiddetta congiura dei Pisoni (65 d.C.), Nerone decide di chiudere i conti con qualsiasi oppositore. L’anno successivo anche Tràsea Peto finì nel calderone della repressione: Nerone lo fece mettere in stato d’accusa con capi d’imputazione inconsistenti. Il senatore patavino rifiutò di comparire al processo, ascoltare le calunnie rivolte al suo indirizzo e di doversi difendere. Ad ogni modo i terrorizzati senatori votarono a favore della condanna a morte del loro integerrimo collega, obbligato a suicidarsi. Tràsea Peto attese la sentenza presso la propria abitazione, tra ospiti e discussioni filosofiche. Quando il questore giunse a rendergli nota la condanna che gli era stata inflitta, il senatore prese congedo dai familiari e dagli amici lì presenti, per poi ritirarsi nelle proprie stanze. Qui porse le braccia ad uno schiavo e si fece aprire le vene, per poi rendere omaggio a Giove Liberatore.
L’esemplare vicenda di coraggio e opposizione alla tirannide di Tràsea Peto ci è stato tramandato da Cassio Dione e da Tacito, due giganti della storiografia romana.

Riccardo Matteazzi

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