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‘Ti con nu, nu con ti’: da secoli espressione d’attaccamento al sogno della Serenissima

Storia della celebre espressione ‘Ti con nu, nu con ti’: dichiarazione d’attaccamento di luoghi e genti alle proprie tradizioni venete. Dopo secoli, ancora oggi

Vi è in particolare una frase, più di tutte le altre, a rappresentare l’attaccamento di un luogo o di una comunità alle proprie tradizioni venete, ed è il celebre ‘Ti con nu, nu con ti’, ripreso poi anche da D’Annunzio. Ecco la sua storia. “Il 12 maggio 1797 a Venezia, nel palazzo Ducale, si svolge l’ultima riunione del Maggior Consiglio, durante la quale la Serenissima Repubblica dichiara la propria fine. Qualche giorno dopo, per la precisione il 16 maggio, venne creato un governo provvisorio, dove sfilarono per la prima volta in Piazza San Marco truppe nemiche. Il controllo francese durò ben poco, grazie ai preliminari di Campoformio conclusi il 17 ottobre, dove ai francesi succedono gli austriaci. Durante questo breve periodo di occupazione, le forze rivoluzionarie francesi vengono ricordate per le razzie e le rapine effettuate nella capitale, rubando e portando a Parigi opere d’arte tra le quali il leone di San Marco e i quattro cavalli della Basilica. Mentre le insegne del potere vengono deposte, l’ultimo doge Ludovico Manin viene severamente rimproverato da Francesco Pisani con queste parole: “Tolé su el corno e andé a Zara”, esortandolo così a non abdicare, ma a rifugiarsi col governo in Dalmazia, terra fedelissima a Venezia. A Venezia la popolazione per qualche ora grida ancora “San Marco”, ma in Dalmazia la caduta è molto sentita.

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Mentre il 12 maggio 1797 il doge depose le insegne di San Marco, i perastini decisero di rimanere veneziani e si ressero in autogoverno fino all’arrivo delle truppe austriache

La rabbia e lo sconcerto prende il sopravvento sulla popolazione Dalmata e nei pressi di Zara il gonfalone viene portato in processione per l’ultima volta. La cerimonia più commovente però avvenne a Perasto che si vantava di non esser mai caduta sotto il dominio turco
Grazie allo spontaneo aiuto dato nel 1368 alla flotta veneta durante un terribile assedio, la città si guadagnò il titolo di “fedelissima gonfaloniera”, che mantenne fino alla fine della Repubblica. La città ebbe l’onore e privilegio di custodire il gonfalone di guerra della flotta veneta; anche i dodici Gonfalonieri di Perasto, che in corso di battaglia costituivano la guardia personale del doge ed avevano il compito di difendere il vessillo sulla nave ammiraglia, provenivano esclusivamente da Perasto. La devozione della cittadina alla Repubblica di Venezia non venne meno neppure alla caduta di quest’ultima: mentre il 12 maggio 1797 il doge depose le insegne di San Marco, i perastini decisero di rimanere veneziani e si ressero in autogoverno fino all’arrivo delle truppe austriache. I vessilli veneti rimasero così issati fino al 23 agosto, giorno in cui vennero seppelliti con una cerimonia solenne, l’ultima della Serenissima, sotto l’altare del duomo.

“Par trecentosettantasette anni le nostre sostanze, el nostro sangue, le nostre vite le xe stae sempre par Ti, o San Marco; e fedelissimi sempre se avemo reputà Ti con nu, nu con Ti”

Prima di essere deposta il Conte Giuseppe Viscovich pronuncia queste celebri parole: “In sto amaro momento, che lacera el nostr cor, in sto ultimo sfogo de amor, de fede al Veneto Serenissimo Dominio, al Gonfalon de la Serenissima Republica, ne sia de conforto, o cittadini, che la nostra condotta passata e de sti ultimi tempi, rende non solo più giusto sto atto fatal, ma virtuoso, ma doveroso par nu. Savarà da nu i nostri fioi, e la storia del zorno farà saver a tutta l’Europa, che Perasto ha degnamente sostenudo fin a l’ultimo l’onor del Veneto Gonfalon, onorandolo co sto atto solenne, e deponendolo bagnà del nostro universal amarissimo pianto. Sfoghemose, cittadini, sfoghemose pur, e in sti nostri ultimi sentimenti coi quali sigilemo la nostra gloriosa carriera corsa sotto al Serenissimo Veneto Governo, rivolgemose verso sta Insegna che lo rappresenta, e su de ela sfoghemo el nostro dolor.
Par trecentosettantasette anni le nostre sostanze, el nostro sangue, le nostre vite le xe stae sempre par Ti, o San Marco; e fedelissimi sempre se avemo reputà Ti con nu, nu con Ti; e sempre con Ti sul mar nu semo stai illustri e vittoriosi. Nissun con Ti ne ha visto scampar, nissun con Ti ne ha visto vinti e spaurosi! E se i tempi presenti, infelicissimi par imprevidenza, par dissension, par arbitri illegali, par vizi offendenti la natura e el gius de le genti, non Te avesse tolto da l’Italia, par Ti in perpetuo sarave le nostre sostanze, el nostro sangue, la vita nostra e, piuttosto che vederTe vinto e desonorà dai toi, el coraggio nostro, la nostra fede se avarave sepelio sotto de Ti! Ma za che altro no ne resta da far par Ti, el nostro cor sia l’onoratissima to tomba, e el più puro e el più grande to elogio le nostre lagreme!”.


Era il 23 agosto, ed erano gli ultimi vessilli veneti a venire deposti.

L’espressione ‘Ti con nu, nu con ti’ verrà poi ripresa nel 1919 da Gabriele D’Annunzio nella Lettera ai Dalmati pubblicata a Venezia, in cui esortava i veneziani e i dalmati all’insurrezione per l’annessione al Regno d’Italia degli ex territori della Serenissima. Questa celebre frase era stata il motto della squadriglia aerea di San Marco da lui comandata.

Di Nicolò Banterla

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