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CGIA di Mestre: “A Venezia 1.800 imprese sono a rischio usura”

L’Ufficio Studi della CGIA di Mestre rivela che sono 1.800 le imprese della Provincia di Venezia che presentano crediti in sofferenza. Si tratta di realtà che in questo periodo così difficile rischiano molto più delle altre di scivolare tra le braccia delle organizzazioni criminali e dell’usura

Sono poco più di 1.800 le imprese della Provincia di Venezia che presentano crediti in sofferenza. In altre parole stiamo parlando delle aziende e delle partite Iva del nostro territorio che risultano essere “schedate” presso la Centrale dei Rischi della Banca d’Italia come insolventi. Una classificazione che, di fatto, pregiudica a questi soggetti economici di accedere a prestiti erogati dalle banche e dalle società finanziarie. Una condizione che, ovviamente, non consente di avvalersi nemmeno delle misure agevolate approvate l’anno scorso con il “decreto Liquidità”. Non potendo ricorrere a nessun intermediario finanziario, queste Pmi, strutturalmente a corto di liquidità e in grosse difficoltà finanziarie, in questo periodo così difficile rischiano molto più delle altre di scivolare tra le braccia delle organizzazioni criminali e nel giro dell’usura. Lo denuncia l’Ufficio Studi della CGIA di Mestre.

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CGIA di Mestre: “E’ indispensabile incentivare il ricorso al Fondo per la prevenzione dell’usura”

“Per evitare tutto questo – esordisce sul tema dell’usura il Presidente della CGIA di Mestre Roberto Bottan – non basta l’azione repressiva messa in campo dalle forze dell’ordine. E’ estremamente importante prevenire la possibilità che questi imprenditori cadano nella rete tesa dalle organizzazioni malavitose che dispongono di risorse economiche illimitate. Per questo è indispensabile, tra le altre cose, incentivare il ricorso al Fondo per la prevenzione dell’usura. Uno strumento introdotto per legge da alcuni decenni, ma poco utilizzato, anche perché sconosciuto ai più e, conseguentemente, con scarse risorse economiche a disposizione”.

In calo le segnalazioni di riciclaggio

Come in tutto il Veneto, anche in provincia di Venezia le segnalazioni sospette di riciclaggio ricevute dall’Unità di Informazione Finanziaria (UIF) della Banca d’Italia sono in diminuzione: l’anno scorso nella Città Metropolitana le “denunce” sono state 1.407, 188 in meno
rispetto a quelle registrate nel 20193. L’Ufficio studi della CGIA segnala che anche nella nostra provincia oltre il 99 per cento del totale delle segnalazioni giunte nel 2020 riguarda operazioni di riciclaggio di denaro che, molto probabilmente, sono di provenienza illegale e poco meno dell’1 per cento, invece, sono riconducibili a misure sospette di terrorismo e proliferazione di armi di distruzione di massa. Da un punto di vista operativo, una volta ricevuti questi “alert” dagli intermediari finanziari, la UIF effettua degli approfondimenti sulle operazioni sospette e le trasmette, arricchite dell’analisi finanziaria, al Nucleo Speciale di Polizia Valutaria della Guardia di Finanza (NSPV) e alla Direzione Investigativa Antimafia (DIA). Solo nel caso le segnalazioni siano ritenute infondate, la UIF le archivia.

La conferma anche dai Ros dei Carabinieri: le imprese senza liquidità sono facile preda delle mafie

Una platea di aziende, quelle segnalate alla Centrale dei rischi, a cui è pressocchè interdetta la possibilità di chiedere un “sostegno” alle banche che, rispetto alle altre, sono le più esposte al rischio di essere “avvicinate” dalle organizzazioni criminali. Una tesi che è stata confermata anche dai vertici dei Ros dei Carabinieri. In un’intervista rilasciata sul principale giornale economico del Paese ben prima dell’avvento della pandemia, il comandante Pasquale Angelosanto ha sottolineato come i mafiosi detengono una quantità enorme di liquidità proveniente da operazioni illecite da reimmettere nel mercato. Spesso, manager in doppio petto si offrono alle imprese settentrionali in difficoltà come risolutori di queste crisi. Insomma, si presentano come una banca, anche se poi applicano ben altre regole. Il finanziamento erogato diventa il “grimaldello” per acquisire una partecipazione significativa nell’amministrazione societaria dell’impresa. Poichè l’imprenditore non è più nelle condizioni di restituire la somma ricevuta, col tempo i malavitosi diventano i nuovi proprietari.

La redazione

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